feed
  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder
counter
visitato *loading* volte
pensieri, parole e deliri
quando mille pensieri, di ogni genere e forma, affollano la testa, li faccio uscire dalle mie dita e lascio che qui prendano forma...
sabato, 21 novembre 2009, 20:34
Cucino fin da quando ero bambina, anche se i miei minestroni poi non li mangiava nessuno allora. Cucino lasagne, faccio la pasta fatta in casa, preparo cannelloni, ravioli, arrosti, fritti, tempure, dolci, e tutti si leccano i baffi e fanno sempre il bis...ma il purè istantaneo, quello con patate iofilizzate, mi viene una vera schifezza!

Sono di nuovo a letto, e stasera sarei proprio voluta uscire per andare in un locale carino a sentire buona musica ed a mangiarmi un dolce.

L'estate di San Martino dovrebbe finire a breve. Si sta bene, non fa freddo, e sto volentieri con la finestra aperta, mi sembra che la testa diventi più leggera.

La tipa al terzo piano non ha perso le sue sani abitudini amatorie del fine settimana, anche se mi pare che urli leggermente di più. Che poi ad ascoltarla mi chiedo quanto sono rumorosa io. Si lo sono, c'è poco da fare, ma regolo sempre il mio volume in base al posto dove sono, oltre all'intensità del piacere, ma questa è un'altra storia. Certo che se mi mettessi a fare sesso in un appartamento dove si sente il vicino sternutire e, per buona educazione, gli dici anche "salute" che intanto ti sente, un pochino il volume l'abbasso. Provo imbarazzo per i vicini. Sono una bacchettona??

Il mio ex all'ennesimo "vai a remare" si è dato una calmata, o più semplicemente ha trovato un'altra possibile amante a cui rompere le balle. Mi chiedo se si può essere così disperati o amare così tanto da sposare un'idiota del genere. Ma il problema è della moglie.

Oggi pomeriggio un consulto di esperti e provetti meccanici e carrozzieri ha visionato il graffio sulla mia macchina. Il responso è stato: tienitelo così. I motivi principali sono stati:
1- non è poi così grave, con una bella lavata ed una lucidata fatta a mestiere non si vedrà quasi per niente;
2- qualsiasi prodotto venga usato potrebbe lasciare un alone sulla carrozzeria e non ne vale la pena;
3- essendo io donna, presto collezionerò altri danni, e allora li farò risistemare tutti insieme(...è bello avere degli amici che ti danno tanta fiducia);
4- assomiglia vagamente alla mia cicatrice del tendine d'achille, quindi la personalizza tantissimo.

Non mi piacciono troppo i complimenti...ma questo più che un pensierino è un pensiero filosofico, quindi qui ci entra poco.

 

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (6)

martedì, 17 novembre 2009, 10:26

Così ho pensato: non ho spicci nel portafoglio, e visto che non posso prendere la bottiglietta d'acqua al distributore dell'ufficio mi fermo ad un bar e ne prendo una. Individuato il bar con parcheggio antistante mi sono fermata, la mia inpolverata, ma pur sempre meravigliosa, macchinina ben parcheggiata. Sono scesa, salutato il commerciante, il barista, chiesto cortesemente una bottiglina d'acqua naturale, pagato, risalutato ed uscita. La sorpresa l'ho avuta arrivata alla macchina, che era parcheggiata a pettine, come definisce il codice della strada, nella quale però non potevo salire perchè qualcuno aveva lasciato la sua bella graziella (bicicletta da donna) proprio di fronte alla mia portiera. La mia macchina, una bicicletta ed un'altra macchina. Mi sono girata per guardare verso l'ingresso dell'esercizio e serafica mi si è avvicinata una signora, sui cinquanta credo, mi ha sorriso, mi ha detto che era la sua e mi ha superato per impugnare il manubrio della sua bici ed andar via. Fin qui nulla di strano, se non che la suddetta signora, genio del crimine, la bici non l'ha fatta uscire dal parcheggio andando a ritroso, ma ha pensato bene che visto il tantissimo spazio che c'era tra la mia vettura e la sua, poteva tranquillamente fa girare la bicicletta di 360 gradi. La guardavo nella sua manovra con l'ansia nel cuore, ogni suo sfiorare la mia auto era una goccia di sudore dietro la schiena, era quasi fatta, la tortura stava per finire, quando....sccccc...con il manubrio, per la precisione con il freno mi ha lasciato la firma sulla fiancata. Con la sua solita tranquillità è montata in bici e se ne stava andando, quando un sussulto di terrore è uscito dalla mia bocca:
- Scusi!
aveva già attraversato la strada e si è fermata a guardarmi - Si?-
- M'ha rigato la macchina!- Tono quasi sereno, una pura constatazione.
Ha poggiato la bici al cassonetto e ha riattraversato la strada - Dice?-
-Dico si, guardi un pò!-
Ha subito messo le mani sulla ferita ancora fresca e dolente portando via la polvere (non è colpa mia se ha piovuto sabbia la scorsa settimana!) - Ma guardi con un pò di pasta abrasiva viene via! -
-Io non lo so, la macchina è nuova e di sicuro non mi metto io a fare questo lavoro rischiando di peggiorare-
- Bè allora le lascio il mio numero di telefono e le pago il danno-
Prendo dalla borsa la mia agenda, una penna ed inizio a scrivere il numero di cellulare che mi detta, poi le chiedo anche il cognome, un indirizzo e se mi fa vedere un documento.
- Che fa non si fida?-
- Non mi fido no, se lei mi da un numero sbagliato o non risponde al telefono come la mettiamo??-
- E ma allora mi dia anche lei il suo numero! -
Così prendo dalla borsa un biglietto da visita e la saluto.

Stamattina decido di chiamarla, per accordarmi su un carrozziere dove portare la macchina e far valutare il danno e magari risolverlo se basta solo la pasta abrasiva. Prendo il telefono, l'agenda, faccio il numero e: - Tim, il numero da lei chiamato non è attivo -

E MENO MALE CHE MI DOVEVO FIDARE!!!!!!!!!

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (14)

venerdì, 13 novembre 2009, 13:37

Si perché a parte gli amori, le storie, le relazioni, anche le amicizie finiscono, anche se poi sono convinta che se finiscono erano amicizie senza la A maiuscola. Credo sia una evoluzione di tutti i rapporti, una sorta di epilogo naturale, o un fine normale. Ho alcuni amici che conosco veramente da una vita, più di sedici anni. Da ragazzini passavamo l’estate insieme nello stessa località di villeggiatura, poi crescendo dalle vacanze si è passati alla pizza ogni tanto, uscire il sabato sera, poi le gite, i week end e così via. Ma non siamo poi cresciuti insieme, anzi, ognuno ha seguito la sua vita, la sua professione, ha scelto la sua strada, si è fidanzato, sposato, ha avuto figli, ha avuto un gatto (perché c’è chi ai figli preferisce i gatti… ognuno fa le proprie scelte), chi è alla ricerca dell’amore perfetto, chi l’amore perfetto se lo cerca su internet e poi ti viene a raccontare che è una storia bellissima.. “ma se non vi siete mai visti” “si ma il nostro è vero amore”, e anche qui non voglio stare a sindacare; ovviamente poi c’è anche chi è sempre stata schietta, ipercritica alle volte e che dopo tre mesi di purgatorio, sinceramente, se ne frega altamente delle malattie immaginarie, dei fidanzati finti, delle psicologhe che non valgono il becco di un quattrino, dei fidanzati taccagni ed ipocriti e via discorrendo; c’è chi quando esce con gli amici vuole divertirsi, si vuole rilassare, vuole vivere e star bene. Ovviamente parlo della sottoscritta. Così in questo groviglio di stati d’animo, pensieri, persone assurde, pretese e rivendicazioni, si arriva ad una sorta di limiti della sopportazione. C’è chi continua a tirare la corda perché di quella compagnia ha bisogno e c’è chi ne ha fin sopra ai capelli ed all’ennesima polemica, “ma lui ha detto”, “ma lei ha fatto” “e allora io ho pensato”, s’è scocciata e non ne vuole sentir parlare. Nelle amicizie si condividono tante cose, alle volte i problemi ed i pensieri si condividono anche con chi non si ha un’amicizia, con una conoscenza, con qualcuno con cui ci si trova bene a fare qualche chiacchiera o a condividere del tempo, ovviamente di rogne se ne parla tanto soprattutto con gli amici, ma non può essere l’unico argomento di conversazione. Parecchi anni fa frequentavo delle ragazze, una sera in un pub mentre pensavo ai fatti miei mentre loro continuavano a lagnarsi e anche a darsi delle super donne ho pensato: “ma che cappero ci faccio io in questo circolo della vecchia zitella sfigata?”. Da lì ho allentato molto la frequentazione, e grazie anche al lavoro e alle nuove conoscenze le nostre uscite si sono completamente azzerate. Ammetto che è un fatto anche di ipocrisia, perché PUO’ essere vero che quando stai male aiuta anche la compagnia di un cane rognoso, però se la frequentazione diventa pesante come un autotreno con rimorchio carico di traversine della ferrovia, bè allora è il caso di mettere un punto. Poi per carità, se si decide di uscire e stare un po’ insieme una volta ogni tanto non mi dispiace, ma come fa un mio caro amico, quando ricomincia la solfa, mi alzo, faccio l’inchino e me ne vado!

Ecco, manco un post in pace durante la pausa pranzo posso scrivere che mi scrivono tutti mail e sms….questi devono far pace con il cervello … è giunto il momento di intervenire… ma questa volta niente costumino da wonder woman, tanto meno un camice da dottore… ora mi tramuto in Amitrano e concludo questa patomima così come lui saluta tutti andando via dalle urne …

 

 

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (10)

martedì, 10 novembre 2009, 14:28
La paura esiste. Ce l'abbiamo tutti. C'è chi ha paura di dormire da sola; c'è chi invece ha paura dell'ascensore, chi dei cavalcavia o delle gallerie; c'è chi ha paura di restare solo, chi di legarsi e chi di avere paura. Ma la paura c'è. Sono assolutamente sicura che una paura ce l'abbiamo tutti, magari di un ragno o un insetto puzzolente, della fine del mondo o di una malattia, di un giudizio o di un'azione. Diverso invece è il modo in cui ci poniamo nei confronti della paura. C'è chi alla paura non pone ostacoli, non la contrasta, lascia che lo sovrasti come fosse una tempesta inarrestabile, come un vento che ti coglie ipreparato nel deserto. Non riesci neanche ad affrontarla, resti passivo in preda al terrore, incapace di difenderti o porvi rimedio. C'è poi chi invece la paura la combatte, e non gli da soddisfazione come se fosse una persona antipatica che vuole indispettirlo; si ha piena consapevolezza della propria paura ma non ci si arrende. Non si lascia che prende piede o che condizioni ineluttabilmente la propria vita. Ci sono persone però che ammettono di non avere paure. Mentono. Non si può vivere senza, è come vivere senza amare, e tutti amiamo, anche se solo noi stessi. Chi dice di non aver paura è solo perchè a quel valico di confine dove la paura aspetta non ci è mai arrivato, perchè il proprio subconscio, l'anima o il cervello, chissà, ha sempre percepito il pericolo prima ancora che si potesse manifestare anche solo il pensiero e l'ha arginato. Sicuramente è il modo più facile per non provare paura e convincersi di non averne, ma è anche il modo peggiore per condizionare la propria vita illudendosi che quel modo di fare, che in apparenza è sensa limiti o restrizione, sia la maniera migliore di essere liberi. Credo che invece sia un modo per costruirsi tutto intorno una gabbia trasparente, impercettibile e invisibile. Il corpo si muove al suo interno conscio della sua presenza senza però far mai arrivare al cervello quella consapevolezza. Il limite c'è, non lo si vede, non lo si tocca e il corpo, come un agente esterno all'individuo, distaccato dalla sua coscienza, agisce indipendentemente tenendosi bel lontano dal quel confine. Così ci si convince di non avere paure. E tutto resta dentro, nascosto, celato da convinzioni che non sono altro che una coperta pesante che copre tutto. Ma nulla nel corpo, nell'anima, nel cuore o nel cervello resta immobile senza creare scompiglio. Anzi, tenerlo sopito, lascirlo dormiente in fondo non fa altro che alimentarlo lentamente, permettendogli di crescere silenziosamente per poi esplodere o uscire in mille modi diversi. Ho imparato una grande verità in questa sequela infinita di eventi, di giorni e di pensieri che costituiscono la mia vita: far finta che qualcosa non c'è, non esiste, o non dire, non fare, non provare è solo un modo per stare male, anche se si è convinti del contrario.
E in tutto questo il mio orgoglio è triste, forse ferito o semplicemente dispiaciuto, ma i miei pensieri vivono sereni nella consapevolezza di aver detto tutto quello che avevno da dire senza lasciare nulla in sospeso.



postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (22)

venerdì, 06 novembre 2009, 11:31

Oggi è venerdì. Stamattina c'ho messo un pò per capirlo. Prima ho fatto uno storico delle cose fatte durante la settimana, poi ho cercato di ricordare cosa diceva il display della mia fantastica macchinina stamattina, alla fine ho aperto l'agenda e per esserne ancora più sicuro ho guardato sul desktop del pc. Non mi ero accorta fossero passati cinque giorni, più che altro avevo perso completamente nei miei pensieri il significato di fine settimana. Da quasi tre mesi ormai la domenica e il mercoledì erano gli stessi, cambiava poco. Invece stamattina questa piacevole scoperta. Così ci penso. Penso che anche se zoppicante, e non ancora in grado di stare dritta sulla punta del piede destro, cammino, salgo e scendo le scale (anche se sembro la sora lella quando le scendo) e riesco anche ad inginocchiarmi, ma per non più di venti secondi (infatti scegliere cosa mettermi la mattina e prenderlo dai ripiani bassi dell'armadio è diventata una procedura rapidissima). La mattina, dopo la fisioterapia, arrivo in ufficio con la macchina, guido con la gamba che per i primi dieci chilometri sembra avere il singhiozzo così alzo un pò il piede dall'accelleratore, vado un pò più piano ma cerco di non fermarmi più. Pranzo con altra gente in una mensa iper affollata, torno a casa e se ho voglia mi fermo anche da qualche parte, per comprare qualcosa che voglio, per fare un giro, o per una commissione casalinga. Torno a casa, mi infilo la tuta comoda e calda, mi strucco, metto la crema, lego i capelli o magari vado in piscina. Poi ceno, sferruzzo controllando sempre di non aver fatto un dritto al posto del rovescio, ascolto un pò di musica, o leggo lasciando che dalla tv vengo un mesto cicaleccio e alla fine crollo nel mio letto. Crollo sorridendo. Non ci sono più i pensieri di due mesi fa, non ci sono le lacrime per il dolore o la tristezza e neanche il bisogno di pregare per calmare i pensieri e farli assopire. C'è un dolce tepore che scalda i miei pensieri, qualcosa di rosa e soffice che li coccola ed un sorriso per una giornata normalemente straordinaria. Ora che ci penso una lacrima sta scendendo piano lungo la mia guancia, ma in ufficio sono solo e posso permettermi per qualche secondo questo lusso. E intanto non voglio pensare al domani.

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (4)

giovedì, 05 novembre 2009, 22:43

Possibile si possa non voler sapere?

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (4)

lunedì, 02 novembre 2009, 21:53
Alle 07:13 ha suonato la sveglia (ho sempre una sveglia originale: 07:13, o 07:38...). La stavo aspettando. Ero lì nel letto che aspettavo che suonasse. Mi ero svegliata già da qualche minuti. Ho iniziato a girarmi piano nel letto, ranicchiandomi nel piumone, senza lasciar andare via il calore del letto. Nel mentre pensavo. Una domanda che non mi facevo da tempo: "che mi metto?" Questa è la domanda tipica di qualcunA che ha qualcosa da fare, ma soprattutto che deve uscire di casa. E io oggi sono uscita di casa, e zompettando ancora un pò, sono andata a lavorare. Vestito, calze, stivali nuovi. Orecchini, trucco e profumo. La mia borsa, quella del pc, le chiavi di casa e della macchina. Prima a fare fisioterapia. Poi dal nuovo cliente. Un sole piacevole che mi illuminava la strada. Un pò di traffico lungo la strada. E poi il pass, le presentazioni, strette di mano. Una riunione, una telefonata, qualche mail. Il pranzo a mensa, con tante persone, parlare di politica, di lavoro, del tempo. L'unico momento in cui ho pensato di morire è stato uscendo dalla mensa. Il freddo mi stava congelando; forse domani invece del trench è il caso che metto la giacca pesante. L'ambiente è informale, tacchi alti e gonna non servono, anche perchè i tacchi alti non avrei proprio potuto metterli. Piuttosto un bel golf di lana, caldo, avvolgente mi sembra l'indumento migliore. Tre ore di affiancamento al cliente, un paio di ticket risolti e poi di nuovo verso casa. Neanche il traffico o la piaggia o la strada presa per sbaglio mi hanno tolto il sorriso. Riprendo la mia vita. Quella che potrebbe essere una prigione o una costrizione per qualcuno per me ora segna il recupero della mia libertà.

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (7)

domenica, 01 novembre 2009, 20:52


Tempo. Lungo, lontano, passato, presente, futuro (ovviamente). Tempo andato. Tempo perso, guadagnato. Tempo felice, triste, tiranno. Tempo bello, brutto, nuvoloso, plumbeo. Tempo indomabile, spietato. Tempo. Non si ferma, passa indomabile su tutto e tutti; sulla gioia, sul dolore, sulla vita di ogni giorno. Non si arresta, non ha paura o pietà, lui trascorre e noi gli corriamo dietro pensando, sperando, credendo o convinti che è il tempo a stare a nostro servizio. Possiamo gestirlo come vogliamo, dobbiamo solo organizzarci, dobbiamo pensare, segnare sull’agenda, prendere qualche appunto e il tempo lo gestiremo noi. Sarebbe bello fosse così. Però sono convinta di una cosa. Il tempo per “noi” c’è, esiste nascosto chissà dove, tra un appuntamento, una visita, una telefonata o una mail. Quel tempo c’è, dobbiamo solo trovarlo e non va cercato nei cassetti o nell’armadio. Il tempo per “noi” c’è, esiste,e solo la voglia e il desiderio ce lo fa trovare e quando potremo tirarlo fuori dalla tasca e goderne, sarà di sicuro bellissimo. Perché è il “nostro” tempo.

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (3)

giovedì, 29 ottobre 2009, 21:02

Una vaschetta di gelato al cioccolato dopo l'estrazione dei denti del giudizio, non ha prezzo...

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (5)

venerdì, 23 ottobre 2009, 13:32
VERGINE

Il lavoro soddisfa e arriva ( due giorni con un file excel non è propio il massimo della soddisfazione!). Ma potreste sentirvi oppressi da figure autoritarie (chi? il mio capo? e da quando gli è cresciuta la spina dorsale???), burocrazia (di quella non ne posso proprio più!!), amebe calzate e vestite (descrizione perfetta per quell'idiota del cliente campano....mihhhhhh). O dover affrontare carrettate immani di impegni (ecco...considerando che la mia agenda ormai la uso come fermacarte, immagino che qualsiasi impegno possa costituire una vagonata di cose da fare!). La salute però regge (dici? il mio ginocchio non è proprio convinto di reggermi ancora per molto, e la caviglia questa notte ululava come un lupo mannaro!!!), gli amori veri si consolidano (...mmmm....), quelli sgarrupati finiscono nel wc (domanda: come riconosco gli uni dagli altri? non vorrei buttare al cesso quelli buoni!). Tanti single, poi, si accasano (gli altri!). E il sudombelico si diverte (quanto ne avrebbe bisogno..sob!), spesso in incognito (in che senso?????).

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (8)

giovedì, 22 ottobre 2009, 09:43

Portavo un vestito verde, con tanto di cappottino coordinato sopra. Uno spolverino invernale, avvitato sotto il petto e svasato fino al ginocchio. Un paio di scarpe con il tacco nere, niente borsa, un pacchetto di sigarette nella tasca del cappotto, ed il terzo libro di Larsson in mano. Sono entrata nella palestra del centro fisioterapico da una porta sul retro; la mia fisioterapista bionda mi ha detto che dovevo aspettare per un pò. Ho sorriso ed annuito e uscendo dalla palestra ho pensato che invece di restare in sala d'aspetto dove la televisione è sempre accesa ed ad un volume troppo alto, sarei potuta andare un pò in centro a godermi il sole che splendeva fuori. Sulla strada un fantomatico trenino, o una metropolitana, non so, mi portava in centro. Prima fermata - Repubblica, seconda -  Via del Corso. Pensavo al tempo che avevo a disposizione, che avrei fatto in tempo per la fisioterapia e che avevo un unico biglietto dell'autobus che mi sarebbe bastato per andare e tornare in un ora. L'unica preoccupazione era di non perderlo e le tasche del cappotto erano troppo grandi per darmi quella sicurezza. Qualcuno alle mie spalle mi sussurra qualcosa:
- è come Lui....- non rispondo, ma sorrido e penso che non lo è, è diverso e poi pure se fosse non mi importa, sorrido e questo mi basta. Scesa dal vagone sono a via del Corso. Davanti a me c'è la chiesa di San Carlo. La scalinata però è diversa, ripida, gli scalini sono stretti ed alti. Vogli salire fino alla porta, c'è un angolo al sole. Mi fermano per strada tre ragazze, delle amiche, sono due sorelle e una cugina. Ci salutiamo, baci, chiacchiere, poi una di loro mi lascia qualcosa, non ricordo cosa, sembrava una pigna fatta di stoffa rossa e dentro c'era qualcosa di elettrico. Mi chiede di risistemarlo. Sono un pò sospettosa - non faccio miracoli! -. Le saluto ed inizio a salire. Le scale sono ripide, il piede riesce a mala pena a salire lo scalino. Ho bisogno di aiutarmi con le mani, ma sono entrambe occupate, in una il libro e nell'altra questo strano oggetto. Arrivo a fatica fino all'ingresso della chiesa, cammino in equilibrio lungo l'ultimo scalino per spostarmi alla destra della costruzione, abbraccio una colonna per superarlae raggiungere la mia meta. Finalmente un angolo, mi siedo, dalla tasca prendo un succo di frutta, un piccolo brick come quelli che la mamma metteva nello zaino della scuola. Vicino a me finalmente posso posare il libro e il "coso" rosso. Mi accendo una sigaretta e mi rendo conto che devo rientrare. Vedo che ai lati delle scale si è formato come uno scivolo, potrei sedermi lì e sciendere fino alla strada, senza rischiare di farmi male. E poi mi sono svegliata, pensando a quella voce. E sorrido.

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (3)

martedì, 20 ottobre 2009, 10:28

Fa freddo, ma è una bella giornata di sole. E io cammino.

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (9)

domenica, 18 ottobre 2009, 00:47

La gente mi chiede come ho fatto a non impazzire. Di sicuro non per merito dei miei amici. Quelli che si sono dimostrati tali li conto sulle dita di una mano, e parecchie dita non vengono utilizzate. Sono passati due mesi, e a detta di tutti non sono impazzita, perché se erano loro a dover restare due mesi  chiusi in casa, senza poter uscire quando volevano, senza guidare, senza essere liberi di fare qualsiasi cosa, loro sarebbero impazziti. Mi chiedo come fanno ad essere così sicuri che io non lo sia. Due mesi. Due mesi da una frazione di secondo in cui la mia vita è cambiata, non ridevo più, non prendevo più in giro il mio compagno di squadra, non mi coprivo più gli occhi dal sole e non temevo la schiacciata del ragazzino dai capelli neri, ma piangevo ed urlavo senza neanche capire perché.

Due mesi fatti di troppo dolore, per le perdite soprattutto. Due mesi a non fare quasi nulla. Due mesi della mia vita buttata. Ho fatto sciocchezze, vorrei giustificarmi pensando che sono dovute a questa pazzia latente che è emersa in questi eterni attimi di noia. Cose stupide per sapere qualcosa di quel Lui che mi ha tanto deluso. Lui la sua vita ce l’ha, bella come gliela auguravo. E io la mia vita? Dov’è? Mi sento in colpa per questa idiozia, per questo inganno. Non mi piace e mi mette terribilmente in imbarazzo. Una falsa identità solo per sapere cosa fa. Sono stupida lo so, è la cosa più stupida che io abbia mai fatto in vita mia, anche la più disonesta. Me ne vergogno e mi sento in colpa per questo. E non riesco neanche a scaricare tutto su questa follia da handicap.

Non me ne frega nulla se c’è chi dalla sedia a rotelle non si alza più, se c’è chi la vita riesce a viverla anche senza un arto. Mi sono scocciata di sentire i piagnistei degli altri. Sono stanca di stare qui dentro. Sono delusa più che mai. Sono mortificata e dispiaciuta per me stessa. Arrivo al punto di compatire la mia stessa vita. Sono due mesi e mi chiedo tante cose. Forse troppe. Ci sono pensieri che uno non dovrebbe mai fare, soprattutto se non si ha modo per fuggire da loro. E in questi 60 giorni li ho fatti tutti non trovando mai una risposta che mi desse forza per andare avanti. Già. La speranza. Quell’immensa cazzata che chiamano speranza nella mia vita è solo una fregatura. Non la voglio neanche sentir nominare. Sono arrabbiata. Più lunatica (del solito se volete). Sono stanca. Sono delusa. Anche da me.

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (12)

venerdì, 16 ottobre 2009, 23:51

Tanti nomi, tante facce, tanti colori degli occhi o sfumature di capelli: lisci e neri, ricci e biondi, ricci e neri, lisci e castani, corti e scuri, lunghi e chiari...uomini alti, bassi, grassi, magri, pelosi, glabri, depilati, curati, trascurati, che profumano di buono, che sanno di fumo, che odorano di birra. tanti, ognuno un pensiero, un ricordo, un desiderio. Fossette sul mento, cicatrici sul sopracciglio, rughe sulla fronte. Mani grandi, piccole, calde, fredde, callose; dita lunghe,  corte, tozze, affusolate. Mi chiedo se sono veramente loro a mancarmi o la felicità...

Sono tante le cose che perdiamo per la paura di perderle
Paolo Coelho



postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (3)

giovedì, 15 ottobre 2009, 13:37
Il mio squinternato vicino si fa le canne.
Le canne, il mio vicino, se le fuma in finestra.
La finestra, da cui fuma il mio vicino, è attaccata alla mia.
La mia finestra all'ora di pranzo, quando il mio vicino si fa le canne alla sua di finestra, è aperta.
Io apro la finestra all'ora di pranzo quando vado in cucina a mangiare e quando torno, grazie al mio vicino, ho la camera che olezza di canna.
Che faccio? chiudo la finestra? Cambio orario per far cambiare aria? o mi metto io in finestra all'ora di pranzo?

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (19)

martedì, 13 ottobre 2009, 18:14

Era ancora avvolta nell’asciugamano quando aprì il frigorifero per bere quell’acqua per la quale era tornata a casa; lì sopra, nascosto dal canovaccio c’era il diario di Mark, ce l’aveva lasciato quella mattina, aveva letto alcune pagine mentre faceva colazione e poi l’aveva posato lì quando si era avvicinata al frigo per rimettere a posto il latte. Lo prese e lo portò con se a letto. I capelli erano ancora bagnati, lasciò cadere il diario sul letto e raggiunse la finestra per chiuderla, il calore della casa l’avrebbe asciugata e non si sarebbe svegliata con il mal di gola. Si sentiva troppo stanca per riprendere a leggere così lasciò il diario vicino a lei, sulla sopraccoperta di cotone, coperta che lo coprì quando ormai a luci spente e pronta a dormire, si tolse la coperta di dosso per restare solo con il lenzuolo. La giornata era stata calda e quel tepore di inizio estate si sentiva nella casa silenziosa.

Più che addormentarsi, svenne. Sentiva le forze abbandonarla, fece in tempo solo a girarsi a pancia sotto, mettere il braccio sotto il cuscino e piegare la gamba sinistra prima di scendere in un sonno profondo. Un tonfo improvviso la destò. Non capiva però se quel rumore veniva dai suoi sogni o c’era stato veramente. Solo le sue orecchie erano allerta, il resto del corpo continuava a dormire. Rimase ferma nel letto alla ricerca di qualche altro rumore, quando di nuovo qualcosa venne dalla cucine. In quell’istante impietrì. Il suo cuore iniziò a battere più forte, oltre alla frequenza le sembrava che ogni battito fosse amplificato, sempre più veloce e sempre più forte. Rimase con gli occhi chiusi, ferma nel letto, cercando di controllare il battito ed il respiro. Non doveva far rumore, non doveva far vedere che si era svegliata. Il suo istinto le diceva di stare ferma, si sentiva una preda di fronte ad un orso, doveva fingere di essere morta, di non esserci. Mosse lentamente la testa, restando supina, proprio come se fosse un naturale movimento fatto durante il sonno. Il cuore continuava a martellarle nel petto e la stento riusciva a tenerlo a bada. Quando aprì gli occhi però il battito riprese all’impazzata, in fondo al letto, vicino ad una delle porte della stanza c’era una figura nera, ferma in piedi, la stava guardando. Il buio più completo avvolgeva tutta la stanza, non proveniva neanche la luce dal portico. Nulla. Quella figura nera era lì, una mano sulla porta all’altezza della sua spalla, l’altra lungo il fianco. Riusciva ad individuare solo i contorni del suo corpo, nulla più. Richiuse gli occhi cercando di riprendere fiato e pregando di essersi sbagliata, che fosse stato solo un’illusione, un gioco di ombre nella stanza. Quando li riaprì sulla porta non c’era nessuno. Continuò ad aprire e chiudere gli occhi cercando di farli abituare il più rapidamente possibile al buio. Doveva alzarsi, doveva vedere chi c’era, o cosa c’era in quella stanza. Avrebbe potuto urlare. Nessuno l’avrebbero sentita, l’ingresso era troppo lontano e anche il guardiano. Lorenzo dov’era? Quando era rientrata in casa non c’era. Cosa doveva fare? Se lo continuava a chiedere mentre cercava ancora di dominare il cuore. Forse se si fosse alzata piano dal letto, fingendo di dover andare in bagno muovendosi lentamente, chiunque fosse sarebbe scappato. In bagno c’era l’asta appendiabiti che aveva usato per rimettere la tenda della finestra. Avrebbe potuto prendere quella e usarla per difendersi. Ma chi poteva essere e perché entrato in casa sua? Per aggredirla? Possibile che non ci fossero prede migliori? E poi… no, quel pensiero non le piaceva, forse era solo un disperato che cercava soldi. Il portafoglio era rimasto sul tavolino, ma non c’era nulla, per questo forse voleva entrare in camera da letto. Ma poi ha desistito per paura di svegliarla. I pensieri erano rapidi come il suo cuore. Si girò lentamente nel letto fingendo il risveglio. Piano si mise seduta, accese la luce, lentamente. A piedi nudi girò intorno al letto e raggiunse il bagno. Mentre passava davanti alla porta della camera da letto il suo cuore riprese a battere più forte, l’adrenalina salì alle stelle, non sentiva più la stanchezza, non aveva più sensazioni, la sua attenzione era concentrata su ciò che la circondava. Entrata in bagno lasciò la porta aperta, prese l’appendi abiti, rimase davanti alla porta pensando cosa fare, cercando di percepire qualsiasi rumore. Nulla. Il silenzio più assoluto. Uscì dal bagno tenendo stretto il bastone, varcò la porta della camera e spostandosi dal lato opposto a dove aveva visto l’uomo andò ad accendere la luce vicino al tavolo. La stanza era vuota. Non c’era nessuno. La porta di casa era di nuovo socchiusa. Corse verso la porta e la spalancò facendo rumore. Ora era lei che doveva aggredire, sperava di farlo fuggire, ma era terrorizzata. Non c'era luce oltre la porta, continuò a camminare a piedi nudi oltre la veranda, non c’era nessuno. Era tutto completamente buio. Solo le cicale avevano voglia e fiato per farsi sentire. Un rumore tra gli ulivi la terrorizzò, si girò di scatto per guardarsi le spalle, mentre cercava di allontanarsi, cadde sullo scalino della veranda. Gli occhi si fecero lucidi, trattenne il respiro e strinse le labbra, rialzandosi sentì una fitta di dolore al ginocchio e alla coscia destra, ma riprese a correre fin quando si trovò delle braccia intorno al corpo che la stringevano bloccandola, ed urlò.

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (7)

domenica, 11 ottobre 2009, 23:44

Ma se i tuoi occhi fossero ciliege io non ci troverei niente da dire.



postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (6)

sabato, 10 ottobre 2009, 18:27

La prossima idiota, dipendente pubblico, che viene da me a lamentarsi che non le danno più il premio di produzione se fa assenze di un giorno, che non riceve più il rimborso spese per il funerale del prozio, che le tocca andare in ufficio puntuale e timbrare il cartellino, che ci manca solo che le tolgano tutti gli altri miliardi di benefit che hanno...giuro che prendo la mia stampella e gioco a baseball con la sua testa!!!

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (8)

venerdì, 09 ottobre 2009, 19:05

Devo perdere l'abitudine di svenire quando vedo per la prima volta una cicatrice sul mio corpo...incrementano i miei lividi e bernoccoli!

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (5)

giovedì, 08 ottobre 2009, 12:18

Il mio capo è orgoglioso di dirmi che siamo in forte risalita, che abbiamo chiuso il 2008 con un utile superiore a quello dello scorso anno del 30%, che stiamo guadagnando mercato, e che i contratti sono in ripresa!
Il mio capo è desolato di informarmi che c'è crisi, quindi anche questo mese mi rinnova il contratto a progetto per un altro trimeste.
Chissà come sarà il mio capo quando farò vertenza all'azienda?

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (8)

mercoledì, 07 ottobre 2009, 22:12

Delusa. Delusa da uomini che credevo adulti, obiettivi. Da uomini che vivono un rapporto come un ragazzino di sedici anni.. “non verrò più da nessuna parte se lei non può venire”. Uomini senza palle. Delusa da uomini che volevano dimostrarmi di esser forti, arroganti, capaci, e poi si sono rivelati bambinotti che preferiscono uscire a giocare. Io scherzo con l’età, ma c’è chi l’età la vede come una nemica.

Nervosa. O meglio innervosita. Innervosita da questa caviglia, dal movimento fatto male ieri mentre mi alzavo dal letto, dal capillare che si è rotto e dal livido che si è formato.

Stanca. Stanca di non poter essere autonoma. Stanca di dover stare le ore a casa e poi sentirmi dire che devo motivare per filo e per segno le ore che lavoro. Perché io mi diverto così tanto a stare otto ore davanti ad un pc a fare lavori  noiosi.

Amareggiata. Amareggiata da quelli che credevo amici di una vita. Da quelle persone che pensavo mi sarebbero state vicine. Da quelle persone per le quali sono stata sempre presente. Amici che sono andata a prendere a casa e ho portato fuori, a cui ho offerto la spalla per piangere e l’ho fatti sorridere per dimenticare. Amici che ho cercato di far ragionare. Dove sono questi amici?

Soddisfatta. Soddisfatta che forse qualcosa in Italia ancora funziona. Che la giustizia non è così corrotta. Che questo paese non è diventato un paese di mignotte, papponi e ladroni. Qualcuno che difende la giustizia esiste ancora. E vederlo rosicare devo ammettere che mi ha dato un minimo di piacere.

Pensierosa. Preoccupata. Quasi inquieta. Assorta. E pensierosa di nuovo.

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (12)

lunedì, 05 ottobre 2009, 23:45

La notte era quel momento di pace che le sembrava aspettare tutto il giorno. Da sempre. Da bambina rappresentava l’ingresso in un mondo fatto di sogni fantastici, dove la sua fantasia si animava portandola in mondi lontani, una piccola alice dai capelli scuri e gli occhi profondi che correva , giocava e rideva. Da ragazzina quel mondo diventava un romantico angolo della sua mente, sguardi melensi, mani strette e leggeri baci rubati diventavano  il tema principale. Da adolescente quel suo dolce sognare si mescolava a strane immagini e sensazioni, trame assurde in cui attraversando una porta piuttosto che un'altra si ritrovava in località a lei conosciute e lontanissime le une dalle altre. È in quel periodo che iniziava a sognare di correre via, sentire il bisogno di fuggire lontana, l’angoscia di essere inseguita, la paura. Ma al risveglio l’angoscia o la gioia lasciata da un sogno diventavano l’impressione di un film visto per la prima volta, poca importanza, solo un ricordo. Si compiaceva per le trame elaborate che la sua psiche riusciva a tessere. Lesse anche “l’interpretazione dei sogni”, ma nessuna decodifica la impressionava o preoccupava tanto. Era solo un sogno. Quando era diventata una giovane donne la notte non era più solo il momento per sognare, ma bensì quello per vivere. Ridere, bere, ballare, fare l’amore, parlare all’infinito e guardare il cielo. Essere viva e se stessa, lontana da occhi e giudizi, libera di fare ciò che voleva. Roma le offriva tanto, ma le nascondeva le stelle, mentre la luna, soprattutto quando era piena, diventava uno spettacolo meraviglioso, un’affascinante signora che si mostrava nel suo splendore  tra i vicoli del centro, o alle spalle del Colosseo.

Quella sera Roma era lontana, ed erano lontane le sue luce, le sue voci, gli occhi dei suoi amici, e le labbra dei ragazzi che aveva amato e baciato. Quella sera non riusciva a dormire. Qualcosa di strano le confondeva l’anima e la mente. La razionalità e il sentimento si mischiavano l’una all’altra con l’intento di combattere e far rumore, ma questo non le interessava, lasciava che tutto in lei continuasse a confondersi come un mare in tempesta, senza però preoccuparsene, senza ascoltarlo e comprenderlo. Lasciava che quel movimento perpetuo andasse, così come il sangue nelle sue vene, perchè la faceva sentire viva anche se le rubava il sonno.

Seduta sul letto vide che oltre la finestra la luna era alta, grande e luminosa, mancava ancora un piccolo spicchio, una sottile linea leggera per renderla completamente piena. Raccolse il lenzuolo aggrovigliato per terra, lo fece girare intorno a se rimboccando un lembo davanti al seno sinistro. Quel lenzuolo così grande, che  le girava tutto intorno, la faceva sentire elegante e bellissima, un abito stile impero con tanto di strascico. Dal comodino prese la grande forcina di osso che usava per tenere su i capelli quando lavorava , raccolse i chioma lunga e mossa, e la fermò con il fermaglio, lasciando che le ciocche ribelli scendessero sulle spalle. Si sentiva bellissima. E sapeva che quella bellezza non era data dal lenzuolo o dai capelli, ne dalla luce della luna o dal profumo del mare. Quella bellezza era frutto dello stato confusionale, delle farfalle nello stomaco e di quell’uomo nudo, disteso nel suo letto, che era sicura stesse fingendo di dormire. Attraversò l’ampia stanza fino a raggiungere la porta. Cercò di aprirla piano fingendo di non voler far rumore. Il pavimento di legno della veranda era piacevolmente liscio e fresco; non si fermò sullo scalino, ma continuò a camminare fuori dalla veranda, i piedi nudi ora sentivano la pietra ruvida del porfido che segnava la strada. La luna grande ed elegante continuava ad attirarla a se. Ad ogni passo davanti a lei si mostrava qualcosa dii più di quel quadro sconfinato dipinto dalla natura; la luna vanitosa si specchiava nel mare scuro, placido. Arrivava solo il flebile rumore del mare che si poggiava sugli scogli ai lati della cala, l'accarezzare lento delle piccole onde sulla spiaggia era appena percepibile; anche le cicale e grissi sembravano essere ipnotizzati da quello spetacolo del cielo. Arrivata al muretto che dava sulla spiaggia si fermò e rimase ad aspettare che i passi che aveva lasciato indietro la raggiungessero. Fu solo quando sentì quella figura scura al suo fianco che si girò e lo baciò sul collo. La notte, anche questa volta, le aveva dato un momento speciale.

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (8)

domenica, 04 ottobre 2009, 11:58

Se penso alla moda degli anni ottanta mi viene in mente mia zia, allora ragazza, che indossava scarpe dai colori sgargianti, si cotonava i capelli in modo inverosimile, ampliava il buco nell’ozono con la sua lacca e aveva sempre nella borsa (gigante) un rossetto rosso e uno arancione. Io negli anni ottanta portavo vestitini di cotone, tute e i fusò (ma lì mi avvicinavo molto ai novanta). Gli anni ottanta erano magnum p.i. all’ora di pranzo, bim bum bam, il panino all’olio con il prosciutto cotto per merenda o la coppa malù. I miei anni ottanta si sono fermati alle gomme friccicose, quelle che ti scoppiavano in bocca, le figurine di lady oscar, o quelle orribili su amebe e muffe che distribuivano fuori da scuola…ho completato l’album ma ho sempre ignorato cosa fossero! I miei anni ottanta sono fermi ad Arnold e la casa nella prateria, che mi guardavo quando restavo a casa perché avevo la febbre. La collezione dei puffi e delle gomme da cancellare di ogni forma che si trovano soprattutto nelle merendine del mulino bianco. Le zigulì che papà mi comprava in farmacia, convinto che se le vendevano in farmacia non mi facevano male e mamma non si sarebbe arrabbiata! E bene, signori e signore, gli anni ottanta stanno prepotentemente  tornando! Le prime avvisaglie ci sono già state: i rey-ban (io ho riesumato quelli che mi regalarono agli inizi degli anni 90), le magliette dai colori sgargianti, i telefilm, che a dir la verità non hanno mai smesso di trasmettere,il calippo(!!!!) che quest’estate impazzava ovunque andassi. Sfogliando la mi a cara Vanity però mi confondo: spalline, calze coloratissime, stivaloni con la para, ma anche vestiti con gonne svasate, cappotti a trequarti senza punto vita, cappelli a falda larga, occhialoni neri, e bustiè, bellissimi body sagomati per stringere il punto vita e mostrare i fianchi, un perfetto ritorno agli anni cinquanta sessanta. Quindi le cose sono due: ho finalmente la moda si è arresa al fatto che sono le persone a fare moda e non potendo imporre gli anni ottanta a tutti hanno riesumato una moda classica che va sempre, o, e poi non è neanche troppo indipendente dalla prima ipotesi, la moda non ha più niente da inventarsi. Ed io sono più per la seconda. Di sicuro mi si vedrà molto poco in giro con calze sgargianti e magliettoni coloratissimi…anche se un paio di maxi maglioni nell’armadio già li ho,  e poi i guanti lunghi con i cappotti anni cinquanta mi fanno tanto romantica, per non parlare dei bustiè che mi intrigano proprio tanto….spero solo non tornino le spalline e le giacche da uomo con le maniche colorate…

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (12)

sabato, 03 ottobre 2009, 09:12

L'Italia è una repubblica fondata sul Livore.

Ennio Flaiano

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (3)

mercoledì, 30 settembre 2009, 21:08

A me i certificati di sana e robusta costituzione me li facevano per telefono perché non serviva neanche la visita. Quell’unica volta in cui mi hanno tenuta sotto osservazione per aritmia cardiaca è venuto fuori che sono così sana che quell’aritmia non doveva darmi problemi! In anni di pallavolo mi sono slogata di tutto, ma non mi sono fermata mai. In anni di nuoto (insegnato) ho beccato più calci nello stomaco e manate sul viso ma senza riportare un graffio. Una macchina mi a spinto sotto ad un’autocisterna e i dolori a spalla e ginocchia sono guariti in un paio di settimane. Un buon avvocato, un buon medico legale sentenziano che essere indistruttibile è una sfiga! Questo il sunto dell’incontro del medico legale. Non riporto danni permanenti, la mia muscolatura si riprende velocemente, le mie ossa sono difficili da danneggiare e non perdo neanche i sensi facilmente…se non guardandomi la cicatrice (cosa successa lunedì dopo averla osservata attentamente)! Almeno avessi lo stesso punto vita di wonderwoman!!!!!!

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (28)

martedì, 29 settembre 2009, 22:36


peanuts19

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (2)

domenica, 27 settembre 2009, 12:41

Dal letto alla finestra ci sono 4  un-passo*

Dal letto al bagno ce ne vogliono 6

Dal letto alla cucina ce ne vogliono 14.

Dal letto alla scrivania e dal letto al pianoforte ce ne vogliono 2.

Per farmi un panino per pranzo e mangiarmelo sul letto ci vogliono 36 passi e la mia borsa a sacca: 14 per arrivare in cucine, 2 dal frigo al ripiano e viceversa, 2 dal ripiano da pensile del pale e altrettanti per tornare al ripiano dove sta il tostapane. I tovaglioli di carta sono vicini nel pensile vicino al lavandino, a quelli ci posso arrivare senza muovermi di un passo, i coltelli sono nel primo cassetto. Pane, prosciutto, maionese, senape e una foglia di insalata, per quella nessun passo di più, il lavandino è vicino al frigo non serve spostarsi troppo. Ad ogni passo fatto in cucina ciò che vorrei portare con me avanza di egual misura lungo i pensili o sul tavolo. Rimetto tutto al suo posto, incarto il panino e lo infilo nella borsa. Riprendo le stampelle e torno al letto.

Chissà da lunedì quanti passi farò per arrivare alla finestra?

 

*un-passo: uno spostamento dell’unica gamba che poggia a terra, un po’ più lungo di un passo normale, grazie alle stampelle.


postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (13)

venerdì, 25 settembre 2009, 12:23

Da casa di Lorenzo si sentiva sempre la musica, o parole, anche quando lui non c’era. Spesso dimenticava la tv accesa o il computer continuava a mandare random gli mp3 che accumulava di volta in volta, di viaggio in viaggio. Quella sera Clara passando davanti alla sua porta sotto la veranda sentì le previsioni del tempo, rallentò di poco il passo e sorrise. Quel suo essere incredibilmente sbadato o inconcludente la faceva sorridere; lei che invece non aveva mai sopportato le persone così “superficiali”. Però per lui era diverso, non le dava fastidio anzi, le metteva allegria, una strana allegria, strana come la definizione che non riusciva a trovare per Lorenzo. Forse inconcludente non era l’aggettivo giusto, qualcosa concludeva, per il suo lavoro sembrava una persona affidabile, ma quello era più che sicura fosse dovuto al piacere che provava nel fare quel mestiere che si era costruito intorno. La sera che lui le aveva raccontato della sua vita da manager in giacca e cravatta, Clara era rimasta a guardarlo cercando di immaginarlo in quelle spoglie. Era bellissimo. Ne era sicura. Ora però lo era di sicuro di più, ora che la mattina non si alzava per andarsi a sedere davanti ad un pc, ora che non doveva stare a guardare facce che non gli piacevano, ora che faceva veramente quello che voleva era radioso. I suoi abiti sportivi, quel modo di fare sciatto, le magliette spiegazzate le sembravano lo rendessero ancora più bello. Erano perfettamente corrispondenti al suo carattere, alla sua indole. Portava sempre qualcosa di bello da mostrare,  oltre al suo sorriso, e sembrava perfetto anche se la camicia era fuori dai pantaloni o  non era impeccabilmente stirata. Era quel suo modo di fare così, leggero, senza pretese, spensierato che lo faceva brillare davanti ai suoi occhi; vedere in lui un adolescente felice di vivere era un pensiero che la faceva tenerezza, che le piaceva tanto.

Nel momento in cui inserì la chiave nella porta Lorenzo si affacciò dalla finestra della sua cucina.

-          A quest’ora si torna?? – non indossava la maglietta e si teneva indietro i capelli scuri con la mano destra.

-          Che fai? Non mi rivolgi la parola per più di un giorno e poi mi controlli?

-          Come siamo scontrosine stasera? Ciclo in arrivo?

-          Porca miseria quanto sei antipatico quando dici così!!!- si chiuse la porta alle spalle e sorrise sedendosi sul divano.

Da quando avevano fatto l’amore lui sembrava meno affettuoso nei suo confronti; parlando  a mezza bocca e non dicendo  nulla di concreto, le era sembrato comunque chiaro il motivo, ma era uno di quei discorsi che non affrontava solo perché rispettava la voltontà dell'altro. Sapeva anche benissimo che la cosa prima o poi sarebbe esplosa. Non era il tipo che non riusciva a parlare. Alle volte si sentiva come un bambino di 3 anni, quando scoprono la parola “perché” e la usano indiscriminatamente e senza sosta. Trattenere quel perché era una vera  fatica, un colpo di tosse bloccato nello stomaco durante un concerto di musica classica, era lì che aspettava con ansia la conclusione data dal direttore d’orchestra per poter uscire come un'esplosione.
Dalla parete della cucina ora si sentivano le canzoni di jovanotti. Aveva spento la tv. La musica ripetitiva del canale meteo lo aveva finalmente stancato, forse. Clara  rovistò nella borsa lasciata cadere con non curanza sul divano di finaco a lei ed uscì di nuovo sul portico, si poggio di fianco alla finestra dell’appartamento di Lorenzo e bussò ai vetri. Mentre  lei si accendeva la sigaretta quella faccia da ragazzino vispo si affacciò di nuovo.

-          Hai già cenato?

-          No. Mi inviti a cena? – rispose lui

-          Posso offrirti un piatto di spaghetti, acqua fredda e una partita a poker, che ne dici?

-          Ci sto, io ho il vino

-          Forza, mettiti qualcosa indosso, io metto su la pentola per la pasta... e prendi le carte!

-          Perché giochiamo a strip poker?

-          In quel caso allora sarà meglio che ti vesti parecchio, altrimenti alla seconda mano sarai già in mutande…

-          Perché non è quello che vuoi?

-          Se voglio toglierti le mutande non ho bisogno di sfidarti a poker…dai sciocco, vestiti che ti aspetto.

Spense la sigaretta nel posacenere lasciato per terra di fianco alla staccionata della veranda e rientrò in casa. Continuava a sorridere di nascosto.

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (10)

giovedì, 24 settembre 2009, 18:20

Domani è un mese che è morto nonno, un mese dal compleanno non festeggiato del mio povero parà, suo figlio. Un mese. La morte la si vive ogni volta in modo diverso. Ogni morte è diversa, sono diverse le persone che muoiono, le circostanze, le attese, le aspettative, i pensieri, e siamo diversi noi. Quando il mio nonno materno è morto io ero in piena adolescenza. Una ragazzina di 14 anni innamorata di un bel 15enne dagli occhi verdi che le aveva dato il primo bacio. Per la malattia di nonno la nostra partenza per le vacanze venne ritardata di una decina di giorni. Faceva un caldo incredibile in città ed io non vedevo l’ora di tornare tra le braccia del mio “stronzetto” (garantisco che è l’appellativo più giusto per lui, anche ora). Si, nonno stava male, ma mamma non dava piena manifestazione del suo dolore, in casa non sembrava così preoccupata, e noi eravamo delle ragazzine che avevano voglia di vivere. A fine estate nonno se n’è andato. Io non lo vedevo da almeno un paio di mesi, forse di più, non l’ho visto dimagrire, non l’ho visto ammalato, per questo lo ricordo ancora bello, in forma, altissimo, con i suoi meravigliosi capelli neri. Quando mi dissero che era morto sono crollata. Oltre alla perdita c’era l’immenso senso di colpa per il mio egoismo, perché volevo solo le mie vacanze e i miei baci sopra al vespino bianco con cui andavamo in giro. Di anni ne sono passati e ricordo benissimo il dolore per la sua morte. Quest’estate il mio nonno paterno, stesso periodo, qualche giorno di differenza con l’altro nonno. Io non lo vedevo da una settimana, da quando mi sono fatta male alla gamba e sono stata ricoverata in ospedale. Io non potevo andare da lui e lui non poteva andare da me. Chiedeva di me ogni giorno. Ma le smancerie non sono mai state il forte di nonno, questo rendeva ogni suo bacio o sorriso di gioia quando ci vedeva arrivare ancora più speciale. Era un uomo orgogliosissimo, forte, con un passato difficile, una vita che l’ha messo alla prova più e più volte, destino al quale non si è mai arreso. Si è creato la sua famiglia, ha comprato la casa che voleva, ha protetto ed aiutato i suoi cari. Negli ultimi anni il fisico ha iniziato ad abbandonarlo sempre più velocemente. Il suo stato era il vero malessere, quello che colpiva il suo orgoglio, la sofferenza non era nel fisico ma nell’anima. Sapevo che la sua morte era vicina. Sapevo anche che non si sarebbe mai rassegnato a quel crollo fisico. Pregavo solo che la fine arrivasse rapida senza farlo soffrire. E così è stato. Nel giro di una giornata si è spento, ha salutato tutti, ha lasciato tutto in ordine. È partito, proprio come diceva lui. Le lacrime sono scese, non poteva essere altrimenti, ma il dolore ha un sapore molto diverso. Così ora mi trovo a cercare la foto giusta da mettere sulla lapide, e sorrido pensando alla battuta detta e mai dimenticata durante la festa o l’occasione in cui quella foto è stata scattata. Mi piace come sorride, con la faccia rivolta verso l’alto, il collo tirato ed il viso di tre quarti, sorridente, con quel sorriso di una ragazzino furbetto che sa di essere simpatico. Ciao nonni.

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (3)

mercoledì, 23 settembre 2009, 00:42

   Domani sono libero ti vengo a prendere e ti porto via
io - dove vuoi portarmi?
ti porto dove andavamo sempre da ragazzini. te lo ricordi? lì eravamo sempre felici, anche quando c'erano problemi
io -
certo che me lo ricordo, l'ultima volta ci sono stata proprio con te. è un pò fuori mano non credi?
Che ci vuole! mi ricordo che è stata l'ultima volta che mi hai detto che mi amavi
io -
forse è per questo che non dovremmo tornarci...
non ti mancano quei giorni?a me manca vederti ridere!
io -
sono bellissimi ricordi e mancano anche a me, come tutte le cose belle. ma ora non sarebbe la stessa cosa anche se lo sai...
lo so. e ti voglio sempre bene.
io -
grazie,anche io

Quando le cose belle sono tante e l'affetto resta, tutto il resto è superfluo. Volere bene ad una persona nonostante tutto mi riesce normale. Per anni non sono stata capace di dirgli di no, e ora ci riesco proprio perchè gli voglio bene e sicuramente perchè voglio un pò più bene a me stessa. E lui resta lo stesso, incorregibile, capoccione stupido. E ora penso a ogni posto, canzone, abitudine, parola speciale, legata ad una persona, ad un ricordo, ad un amore. Pochi, tanti, tutti meravigliosi, tutti unici come le mie emozioni, tutti indimenticabili come ogni volta che sono riuscita a dire Ti amo. E a pensarci sorrido.

postato da ChiaraMsT · permalink · commenti (7)

Non solo template
Da non dimenticare
"State attenti a far piangere una donna, che poi Dio conta le sue lacrime!
La donna è uscita dalla costola dell'uomo, non dai piedi perchè dovesse essere pestata, non dalla testa per essere superiore, ma dal fianco per essere uguale.
Un pò più in basso del braccio per essere protetta e dal lato del cuore per essere amata".

dal TALMUD

Musica


MusicPlaylist
MySpace Playlist at MixPod.com

archivio
categorie
I miei libri
- L'ELEGANZA DEL RICCIO Muriel Barbery
- COME DIVENTARE BELLA RICCA E STRONZA Giulio Cesare Giacobbe
- IL GIOVANE HOLDEN Salinger
- ORGOGLIO E PREGIUDIZIO Jane Austen
- I DOLORI DEL GIOVANE WERTHER Goethe
- PAULA Isabelle Allende
- MILLE SPENDIDI SOLI Khaled Hosseini
- DA UNA LACRIMA SUL VISO Maraone/Madeddu
- TI PRENDO E TI PORTO VIA Niccolò Ammaniti
La mia musica
- Blowin' in the Wind (Bob Dylan)
- Un giorno lontano (Daniele Silvestri)
- Mentimi (La Cruz)
- Passione (Neffa)
- Afferrare una stella (Bennato)
- Little star (Kelis)
- Baby Can I Hold You Tonight (Tracy Chapman)
- Here comes the sun (The Beatles)
- Dancing In The Dark (Bruce Springsteen)
- Semplice (Gianni Togni)
- Occhi da orientale (Daniele Silvestri)
- Can't Take My Eyes off of You (Frankie Valie)
- Sogna ragazzo sogna (Roberto Vecchioni)
I miei film
- A colazione da tiffany
- A qualcuno piace caldo
- La gatta sul tetto che scotta
- Saturno contro
- Matrix
- Schindler's list
- C'era una volta in America
- Seven
- The others
- Lavorare con lentezza
- Lezioni di cioccolata
Mi piace
*"mi piace guardare la faccia nascosta del sole vedere che in fondo si muove dormire distesa su un letto di viole" mi disse e a te cosa piace?
"mi piace sentire la forza di un'ala che si apre volare lontano sentirmi rapace, capace di dirti ti amo, aspettiamola insieme l'estate".
Daniele Silvestri